Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/397

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varianti 391


Erissena. Quando costa sí poco
l’uso della virtude, a chi non piace?
Cleofide. Forse il tuo cor non ne saria capace.
Erissena. Incapace lo credi, e pur distingue
la debolezza tua.
Cleofide.  Vorrei vederti
piú cauta in giudicare. Il tempo, il luogo
cangia aspetto alle cose. Un’opra istessa
.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    
          e pur cosí non è.
               Se troppo al ciglio crede
          fanciullo al fonte appresso,
          scherza con l’ombra, e vede
          moltiplicar se stesso;
          e semplice deride
          l’immagine di sé. (parte)

SCENA V [II - III]

Erissena, poi Alessandro con due guardie.

Erissena. Chi non avria creduto
verace il suo dolore? Or va’, ti fida
di chi mostrò sì grande affanno. E noi
ci lagneremo poi,
se non credon gli amanti
alle nostre querele, a’ nostri pianti?
Ma ritorna Alessandro. Oh, come in volto
sembra sdegnato! Io tremo
che non gli sia palese
quanto contien di Timagene il foglio.
Alessandro. Oh temerario orgoglio!
Oh infedeltá! Mai non avrei potuto
figurarmi, Erissena,
tanta perfidia.
Erissena.  (Ah, di noi parla!) E quale,
signore, è la cagion di tanto sdegno?
Alessandro. L’odio, l’ardire indegno
di chi dovrebbe a’ benefizi miei
esser piú grato.