Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/48

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42 i - didone abbandonata


A piú gradito laccio Amor pietoso
stringer non mi potea.
Enea. Piú soffrir non si può. (s’alza agitato)
Didone.  Qual ira, Enea?
Enea. E che vuoi? Non ti basta
quanto finor soffrí la mia costanza?
Didone. Eh! taci.
Enea.  Che tacer? Tacqui abbastanza.
Vuoi darti al mio rivale,
brami ch’io tel consigli,
tutto faccio per te; che piú vorresti?
Ch’io ti vedessi ancor fra le sue braccia?
Dimmi che mi vuoi morto, e non ch’io taccia.
Didone. Odi. A torto ti sdegni. (s’alza)
Sai che per ubbidirti...
Enea.  Intendo, intendo:
io sono il traditor, son io l’ingrato:
tu sei quella fedele,
che per me perderebbe e vita e soglio:
ma tanta fedeltá veder non voglio. (parte)

SCENA XIII

Didone e Iarba.

Didone. Senti!
Iarba.  Lascia che parta. (s’alza)
Didone.  I suoi trasporti
a me giova calmar.
Iarba.  Di che paventi?
Dammi la destra, e mia
di vendicarti poi la cura sia.
Didone. D’imenei non è tempo.
Iarba. Perché?
Didone.  Piú non cercar.