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È maggiore — d’ogni altro dolore
quell’affetto che insana mi rende;
né l’intende — chi madre non è.
Il periglio — d’un misero figlio
ho si vivo nell’anima impresso,
che per esso — mi scordo di me. (parte)
SCENA Vili
Lido del mare, con navi di Learco e ponte per cui si ascende ad una
di esse. Da un lato, rovine del tempio di Venere; dall’altro, avanzi d'un
antico porto di Lenno.
Giasone, Issipile, Rodope, con séguito di argonauti.
Learco e Toante in una delle navi.
Giasone. Issipile, respira:
giungemmo il traditor. Compagni, in quelli
insidiosi legni
secondate i miei passi. Io chiedo a voi
furore e crudeltà. S’ardan le vele,
si sommergan le navi. Orrida sia
a tal segno la strage,
che appaia all’altrui ciglio
di quel perfido sangue il mar vermiglio.
Learco comparisce sulla poppa della nave, tenendo con la sinistra per
un braccio l’incatenato Toante ed impugnando uno stile nella destra, sol¬
levata in atto di ferirlo.
Learco. Si, ma quel di Toante
si cominci a versar.
Issipile. Férmati!
Rodope. Indegno!
Giasone. Qual furor ti trasporta?
Issipile. Padre... Sposo... Learco... Oh dèi! son morta.
Learco. Issipile, che giova