Pagina:Misteri di polizia - Niceforo, 1890.djvu/67

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C’era allora a Livorno — e forse c’è ancora — un’Accademia, la Labronica che, nel 1830, non differiva da tutte le accademie che fiorivano in Italia per la maggior gloria delle arti e delle lettere. Era, cioè, una istituzione perfettamente innocua, a base di mutuo incensamento, ed incapace di far del male anche ad una mosca.

Le sue riunioni erano, innanzi tutto, soporifere, e S. E. il signor governatore, monsignor vescovo, il reverendo vicario capitolare, il signor comandante il presidio, il signor auditore criminale, non che tutti gli altri ben pensanti, gravi e tranquilli funzionari dello Stato e della chiesa che vi intervenivano, vi facevano deliziosamente il loro chilo, quando addirittura non vi schiacciavano un sonnellino ristoratore. Era una distrazione che si potevano permettere, senza che la dignità del loro grado o la regolarità dei pubblici servizi ne scapitasse.

Si figuri, dunque, il signor lettore la meraviglia, lo stupore di S. E. il marchese Paolo Garzoni-Venturi, governatore della città e porto di Livorno, quando un certo giorno dell’aprile 1830, discorrendo con alcuni suoi intimi, apprese come fosse stato riferito segretamente al Governo che nell’ultima seduta dell’accademia Labronica, alla presenza dello stesso signor governatore, il dottor Francesco Domenico Guerrazzi, una delle teste più esaltate della Toscana, aveva letto una orazione incendiaria, dove si faceva sfoggio delle massime più impudenti, più ciniche contro la religione e la morale, un’orazione che esaltava il liberalismo e gettava a piene mani il fango sulle massime politiche messe in circolazione dalla Santa Alleanza.

A S. E. il signor governatore, parve di sognare; è vero che durante la seduta in cui il dottor Guerrazzi aveva letto l’elogio di Cosimo Del Fante, egli, il marchese Paolo, aveva dormicchiato, come al solito, sul suo seggiolone d’onore, fra monsignor vescovo e non ricordiamo più quale altra autorità civile o militare di Livorno; ma, via, qualche frase, qualche periodo, qua e là, fra sonno e veglia, l’aveva racimolato e non gli pareva in coscienza che per qualche con-