Pagina:Moro - Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia, Mura, Roma 2013.djvu/100

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I testi
a cura di Michele Di Sivo



La data del recapito è il criterio della sequenza delle lettere: un tempo “esterno” dunque, quello dell’effetto pubblico e della data certa. Il criterio estrinseco dell’ordine alfabetico per il nome del destinatario è il regolatore in caso di recapito contemporaneo (lettere 6-14). Le note introduttive a ognuna delle trascrizioni tendono alla restituzione del tempo, talvolta dei tempi, della scrittura.



1 Al ministro dell'Interno Francesco Cossiga1


Fogli: 5 recto.
Recapitata il 29 marzo 1978 insieme alla lettera indirizzata alla moglie, Eleonora, e a quella per il collaboratore Nicola Rana2, mantenuta riservata a differenza di questa, che fu dai rapitori inviata in fotocopia ai giornali nonostante la richiesta di riservatezza di Moro: fu pubblicata il 30 marzo. Nella lettera a Eleonora si fa esplicito riferimento alla data di scrittura, il giorno di Pasqua 26 marzo. Intorno alla stessa data è collocabile la stesura di questa lettera, che il 6 aprile fu inoltrata dal ministro alla Procura della Repubblica di Roma.


[foglio 1]


Caro Francesco,
mentre t’indirizzo un caro saluto, sono indotto dalle difficili circostanze a svolgere dinanzi a te, avendo presenti le tue responsabilità (che io ovviamente rispetto) alcune lucide e realistiche considerazioni. Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo e mi attengo ai fatti. Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione — mi è stato detto con tutta chiarezza — che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto, come Presidente della D.C., ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità (processo contenuto in


[foglio 2]


termini politici, ma che diventa sempre più stringente). In tali circostanze ti scrivo in modo molto
riservato, perché tu e gli amici con alla testa il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare dunque sino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale. Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della D.C. nel suo insieme nella gestione della sua linea politica. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui


[foglio 3]


devo rispondere.
Nelle circostanze sopra descritte entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato. Sopratutto questa ragione di Stato nel caso mio significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato, che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni. Inoltre la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni,

  1. Cfr. A. Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di M. Gotor, Torino, Einaudi, 2009, n. 3, pp. 7-9.
  2. Per queste due lettere, Ibid. nn. 1-2, pp. 5-6.