Pagina:Moro - Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia, Mura, Roma 2013.djvu/17

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
16

diffusione delle testimonianze sulla rete.

Queste iniziative altamente meritevoli avrebbero bisogno di luoghi non solo virtuali e digitali, utilissimi per un’ampia diffusione delle informazioni, ma anche di spazi reali dove trasmettere le conoscenze, di generazione in generazione, di padre in figlio, e dove esercitare il giudizio critico e il dibattito aperto a tutti.

Tra questi eventi da non dimenticare, la tragedia di Aldo Moro racchiude in sé caratteristiche che vanno al di là del tempo e del luogo per assurgere a dramma di valenza universale, in cui un uomo solo lotta contro un destino atroce. I carcerieri dal volto coperto lo interrogano, lo invitano a scrivere lettere e memoriali di cui egli non conosce pienamente la finalità, benché intuisca l’uso che ne verrà fatto. Percepisce l’abisso che lo separa da amici con cui ha condiviso la vita politica e gli ideali, e fino all’ultimo non accetta, con straordinaria dignità e forza morale, l’epilogo tragico. Come molti ricordano, con un assurdo comunicato Moro fu condannato a morte, e nessun appello, da qualsiasi parte provenisse, fu sufficiente a distogliere i brigatisti dal loro gesto. Del resto avevano già ucciso senza pietà gli uomini della scorta. Il corpo dello statista, malamente disteso nel bagagliaio di una macchina, fu fatto trovare nel centro di Roma a pochi passi dalle sedi dei due principali partiti: la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano. Nel cuore di una città che pochi decenni prima aveva assistito impotente, proprio in quelle vie, alla deportazione degli abitanti del ghetto. In quel momento le tenebre calarono sulla nostra giovane democrazia. Tutto sarebbe stato possibile: leggi speciali, abolizione delle garanzie costituzionali dei cittadini, rastrellamenti indiscriminati. Per fortuna si mantennero i nervi saldi.

Al riguardo sento la necessità di aprire una breve parentesi. La civiltà giuridica italiana, nel solco tracciato da Cesare Beccaria e in diversa misura da Gaetano Filangieri, già nel Settecento aveva elaborato concetti fondamentali contro la pena di morte, considerata un inutile rimedio alle lacerazioni del consesso sociale causate dai delitti. I greci ritenevano barbari coloro che compivano sacrifici umani. Gli italiani hanno ritenuto barbari coloro che decretano la pena di morte. In un Paese che difficilmente afferma i suoi meriti, c’è almeno un punto fermo su cui riconoscersi come comunità.

Nella tradizione della mia famiglia questa convinzione è stata sempre particolarmente coltivata. Nel 1881 sul giornale Roma, il mio bisnonno, Francesco Lo Sardo, allievo di Giovanni Bovio, pubblicava un articolo dal titolo inequivocabile: Giù il boia. Partendo da un’esperienza personale, cioè dall’avere assistito a un’esecuzione capitale, analizzava con fine spirito giuridico le motivazioni pro e contro l’abolizione dell’estrema condanna. «Mettiamo da parte la correzione del reo», scriveva, «l’inviolabilità della vita umana, gli errori giudiziari e diciamo: non si può concepire giustizia fuor di proporzione. Tolta la proporzione finisce l’equità e si può avere una giu-