Pagina:Moro - Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia, Mura, Roma 2013.djvu/42

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autentiche o no. Sin dal primo momento ho avuto la sensazione che questi messaggi potessero dire molto di più di quanto le parole comunicassero in apparenza, ma andavano osservate con attenzione, a partire dalla materialità della scrittura, provando ad analizzare i meccanismi di formazione del discorso del prigioniero e le eccezionali modalità di trasmissione dei documenti nel corso di dodici anni. Così facendo ho potuto constatare che alcune lettere erano scritte alternando penne di diverso modello e colore da un foglio all’altro, come confermato dalle recenti analisi di laboratorio svolte dall’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario, sotto la direzione di Maria Cristina Misiti1. È un chiaro segnale che questi documenti furono compilati in tempi diversi e ricopiati da Moro sovente in modo meccanico, come rivelano anche i numerosi inserti fra le righe — compiuti sia nelle lettere, sia nel memoriale — in cui aggiungeva in un secondo momento una parola saltata, senza la quale la frase non avrebbe avuto senso logico compiuto. Inoltre, mettendo a confronto i dattiloscritti e i manoscritti conosciuti credo anche di essere riuscito a spiegare la complessa modalità di scrittura delle lettere effettivamente distribuite dalle Brigate rosse: i dattiloscritti delle lettere erano battuti a macchina già nel corso del sequestro a partire da un primo manoscritto di Moro e uscivano per ragioni di sicurezza e di praticità in questo formato dalla prigione per essere valutati dal comitato esecutivo delle Br; solo dopo questa supervisione venivano riconsegnati ai carcerieri affinché Moro potesse ricopiarli.

Le analisi di laboratorio hanno accertato un ulteriore aspetto: i singoli fogli di una medesima lettera non derivano da uno stesso bloc notes in modo continuativo, ma da esemplari differenti2. Non abbiamo quindi solo inchiostri, ma anche fogli diversi, successivamente riuniti dai sequestratori e, infine, rivisti da Moro, che li rileggeva, li numerava per dare loro omogeneità ed eventualmente correggeva con l’ultima penna che aveva a disposizione, non necessariamente quella con cui i testi erano stati originariamente scritti. A conferma di ciò vi è il dato che la lettera a Benigno Zaccagnini del 20 aprile (n. 3) è scritta con tre penne diverse e, almeno in un caso, senza che la necessità di cambiare biro sia motivata da un visibile esaurimento dell’inchiostro. Inoltre, nella lettera alla Democrazia cristiana, l’ultima parola di una pagina non corrisponde grammaticalmente con la prima del foglio successivo (n. 5, ff. 5-6). In questo caso, l’alternanza di fogli interamente scritti con penna nera e blu autorizza a pensare che la missiva recapitata sia stata assemblata mescolando due testi all'origine differenti, uno scritto tutto con penna blu e l’altro

  1. M. Bicchieri, Analisi spettroscopiche, in Conservare la memoria per coltivare la speranza. Le ultime lettere di Aldo Moro, a cura di M.C. Misiti, Roma, Gangemi editore, 2012, pp. 51-61 (Icpal, Quaderni 3).
  2. Ibid., p. 51.