Pagina:Naufraghi in porto.djvu/103

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 97 —


— Ed a pane e pollastro — disse una voce ironica. Voleva dire a pane e acqua.

Un altro rise. Costantino sentì tutta l’indifferenza dei suoi compagni, e gli parve di esser solo, smarrito in un deserto ardente.

Andò al lavoro, aspettando con ansia l’ora dell’aria per poter parlare col re di picche. Quell’uomo grasso e giallo, che egli non stimava per nulla gli era tuttavia indispensabile. Era il suo solo confidente. Egli solo lo capiva, lo compassionava, io aiutava. Si faceva pagare, è vero, ma che importava? Ciò non toglieva ch’egli fosse indispensabile a molti condannati, e specialmente al suo compatriota, il quale pensava già con egoistico dolore all’ora in cui il re di picche, scontati i suoi anni di pena, se ne sarebbe andato.

Quel giorno fu introdotto nella camerata dei calzolai un nuovo condannato, un settentrionale sottile e lungo, dal viso grigio tutto rugoso e due piccoli occhi bianchi. Era di un’età indefinibile, ma i compagni risero quando egli disse di avere ventidue anni. Subito si lamentò del caldo e della puzza di pece che ammorbava l’aria.

Ah, egli non era un ciabattino, no. Era figlio unico d’un ricco negoziante di scarpe all’ingrosso: infine anche lui era un signore. E subito cominciò a raccontare la sua storia dolorosa: aveva ucciso un suo rivale in amore; null’altro. La donna, causa prima del delitto, era malata di petto e adesso, per il dolore, moriva. Moriva; null’altro. Ah, c’era poi questo, che il condan-

Deledda. Naufraghi in porto 7