Pagina:Naufraghi in porto.djvu/116

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faceva molto freddo: nevicava di continuo; un uomo era morto assiderato attraversando le montagne: una grande carestia opprimeva il paese.

Tutto questo dava a Costantino un’angoscia insopportabile. Spesso sognava d’esser condotto a Nuoro e liberato: di là s’avviava a piedi al suo paese; aveva freddo, non poteva andar oltre, moriva, moriva... E si svegliava gelato, col cuore oppresso da un’angoscia suprema.

Il confessore gli disse:

— Voi siete molto debole, caro fratello; è la debolezza che vi fa venire questi brutti pensieri. Vostra moglie è una buona cristiana; non vi farà mai alcun torto, via, levatevi di mente le brutte idee. Avete bisogno di rimettervi in salute: mangiate, bevete qualche cosa. Guadagnate?

— Poco; e mando tutto a mia moglie: è così povera. Oh, io mangio abbastanza. No, non sono debole. Bere, poi, non mi piace, mi nausea.

— Ebbene, state tranquillo; parlerò io col Burrai...

Parlò infatti col re di picche, e lo rimproverò per le idee melanconiche che metteva in capo al Ledda.

— È un povero ragazzo, è anemico; lasciatelo in pace o si ammalerà sul serio.

Il re di picche lo guardò tranquillo, coi piccoli occhi porcini socchiusi maliziosamente; poi sbuffò; infine scosse la testa e disse:

— Lo faccio per il suo bene.