Pagina:Naufraghi in porto.djvu/121

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— Ah, sì, finisce! E verrà la primavera! — gridò l’altro quasi minaccioso.

— Verrà.

— Verrà!

— Quando comincia il caldo al tuo paese? Da noi, in marzo fa già caldo.

— Oh, da noi in giugno. Allora è tanto bello, da noi. L’erba si fa alta, alta; si tosano le greggie, le api fanno il miele.

— Che idillio! Ah, tu non sai cosa vuol dire idillio? Ebbene, vuol dire....... un corno! E aspettiamo giugno! È da molto che non ti confessi?

— Sì. Da quindici giorni.

— È da molto davvero! Ah, come sei cretino, mio caro! Io non mi sono confessato mai: ho la coscienza pura come uno specchio. Ecco. — disse poi, additando lo studente, che aveva il viso cereo e i capelli rasi così bianchi da sembrare incipriati, — quello ha davvero bisogno di confessarsi. Egli batte alle porte dell’eternità.

Infatti poco dopo lo studente fu messo nell’infermeria e morì agli ultimi di marzo. Quello dell’amante tisica s’informava ansiosamente dello stato dell’infermo, e quando lo studente morì, pianse puerilmente tutta la giornata. E piangeva non per il povero morto, ma per l’amante malata. La morte dello studente mise nell’anima del re di picche una strana melanconia. Egli cominciò a filosofare sulla vita, sulla morte, e intavolò lunghe discussioni col Delegato: il Delegato parlava a voce bassa, stralunando gli occhi. Con Costantino, poi, il Burrai