Pagina:Naufraghi in porto.djvu/126

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tro con voce monotona, guardando entro la scarpa che lavorava.

Un altro disse, piano, lavorando:

— Testa di montone...

Allora quello che credeva ai morti sollevò il viso e s’arrabbiò, offeso; ma l’altro protestò.

— Oh che non posso parlare fra di me? Posso dire: testa di montone, testa di vitello, testa di cane... Chi ti cerca? Non posso parlare con la scarpa?

Giusto in quel mormento venne il guardiano che chiamò Costantino. Costantino aveva passato una brutta notte insonne: spalancò gli occhi assonnati, s’alzò di botto e impallidì: credeva di sognare.

— Chi mi vuole? — domandò, e seguì il guardiano.

Fu condotto in una stanza polverosa, ingombra di scaffali pieni di cartaccie: i vetri sporchi erano chiusi; dietro i vetri s’incrociava una inferriata rossa; dietro l’inferriata si vedeva il cielo nuvoloso che pareva pur esso coperto di polvere. Nella stanza, seduto davanti ad una scrivania alta e polverosa, un uomo scriveva. Aveva tante carte davanti; spariva quasi fra le carte e la polvere. Quando entrò il condannato sollevò il viso, un corto viso roseo col piccolo mento interamente coperto da due spioventi baffi biondi. Fissò Costantino con gli occhi grandi, d’un azzurro latteo, rotondi ed immobili, ma parve non vederlo perchè si rimise a scrivere rapidamente.