Pagina:Naufraghi in porto.djvu/142

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di zia Porredda, guardò i vetri e si sentì allegra: indovinava una bella giornata e quindi un buon viaggio.

Sì, la sera prima s’era addormentata un po’ triste pensando a Costantino, all’eternità, al suo bambino morto, a tante altre cose melanconiche.

— Il mio cuore non è cattivo — pensava — e Dio vede il cuore, e giudica più le intenzioni che le azioni. Io ho pensato a tutto, a tutto. Io ho voluto bene a Costantino ed ho pianto finchè ho avuto lagrime. Ora non ne ho più: ora io penso che egli non tornerà mai; o tornerà quando saremo vecchi, e non posso piangere più. Che colpa ne ho io se non posso piangere più, pensando a lui? D’altronde sono una creatura di carne e d’ossa, come tutte le altre; sono povera, soggetta alle tentazioni ed al peccato. E per sfuggire le une e l’altro prendo il posto che Dio mi assegna. Sì, zia Porredda mia, io penso all’eternità, ed è per salvarmi l’anima che faccio quello che faccio... No, io non sono cattiva; il mio cuore non è cattivo.

Quasi quasi pensava che il suo cuore era buono e generoso, o almeno, se precisamente non pensava così nella profondità sincera della sua coscienza, — dalla quale sgorgava quel senso di tristezza che la avvolgeva, — lo pensava con la mente calcolatrice. Così, confortata, si addormentò.

Adesso l’alba nitida batteva sui vetri della camera ospitale le sue grandi ali diafane, e Giovanna pensò al sole e si rallegrò.