Pagina:Naufraghi in porto.djvu/149

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— Che fai, che fai? — egli mormorò con voce turbata.

— Ah, cerco... cerco... il grembiale per tua madre. Non so dove l’abbia messo! Lasciami! Lasciami! — ella disse cercando di liberarsi dalle braccia che la stringevano; ma volgendosi vide i denti di Brontu luccicare fra le labbra sorridenti rosse e lucide come ciliegie, e chiuse gli occhi come per sfuggire alla tentazione di baciarlo: ma subito sentì la mano di lui dietro la testa, e quelle labbra ardenti come il fuoco si posarono sulle sue.

— Ah, noi non pensiamo all eternità... — disse con voce ansante, appena egli l’ebbe baciata.

Ma poco dopo, ritornati in cucina, ella cominciò a ridere con un riso fresco e puro di giovinetta, mentre Brontu la guardava con l’aria speciale che prendeva quando era ubriaco.


L’inverno passò. Gli amici di Costantino non cessarono un momento di intrigare e lottare perchè il maledetto matrimonio non si compisse. Invano. In quell’occasione i Dejas e le Era sembravano gente fatata; erano invulnerabili, non si lasciavano scuotere nè da preghiere, nè da minaccie, nè da pettegolezzi.

Il sindaco, anche il sindaco, un pastore che tutti rassomigliavano a Napoleone, tanto era pallido e fiero, contrariava quel matrimonio del diavolo; e quando incontrava Giovanna o Brontu sputava per terra con disprezzo. La gente