Pagina:Naufraghi in porto.djvu/159

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— Non posso. La casa è sola.

Allora zia Bachisia uscì, guardò il cielo e disse:

— Stanotte piove: ci sarà un uragano.

Ebbene, che piombino tutti i fulmini del cielo! — disse Giovanna con voce rude: poi aggiunse: — ma sia salvo quello che io porto in seno...

— Ah! tu sei di malumore, anima mia! Dove è andata la strega? Ho veduto che mondavi il grano.

— È andata a portarlo alla macina. Ha avuto paura di lasciare andar me: temeva gliene rubassi.

— Abbi pazienza, figlia. Non sarà così.

— Oh, è così, è così! Io non ne posso più. Che vita è questa? Ella ha il miele sulle labbra e il pungolo in mano. «Lavora, lavora, lavora!» E mi incalza come un bue da tiro. E pane d’orzo, ed acqua e sudiciume, e buio di sera, e piedi scalzi quanto ne voglio.

Zia Bachisia l’ascoltava impotente a consolarla: d’altronde quelle lamentazioni erano affare d’ogni giorno. Oh, anche lei, zia Bachisia, era ben scornata: ora doveva lavorare più di prima, ma non si doleva di ciò; solo le dispiaceva lo stato veramente miserando di Giovanna.

— Abbi pazienza, abbi pazienza, anima mia; verranno tempi migliori, l’avvenire non te lo ruba nessuno.

— Ah, che importa? Sarò vecchia, allora, se prima non muoio di rabbia. A che serve star