Pagina:Naufraghi in porto.djvu/162

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 156 —

ma ora ci credo. Oh, è inutile che mi guardiate così. Vi faccio forse qualche rimprovero? No, no, no. Io, piuttosto, dovrei temere i vostri rimproveri. Che godete voi del mio stato? Nulla; voi non venite più neppure a trovarmi in quella casa — e sporgeva il labbro per indicar la casa bianca, — perchè mia suocera ha paura che voi portiate via la polvere coi piedi. Io non vi posso dar nulla. Nulla, capite, nulla, neppure il mio lavoro. Tutto è chiuso. Io sono la serva.

— Ma io non voglio nulla, cuore mio. Perchè ti addolori per queste sciocchezze? Io non ho bisogno di nulla, — disse zia Bachisia con voce dolce. — Non pensare a me. Mi affligge solo il debito verso Anna Rosa Dejas. Io non riuscirò mai a pagarlo; ma ella avrà pazienza.

Giovanna arrossì di stizza, si torse le mani e alzò la voce.

— Sì, questo io voglio dire stasera, a quell’animale immondo; gli dirò: pagate almeno gli stracci che io indosso: pagateli, pagateli, che una palla vi trapassi il cuore.

— Non alzar la voce, non arrabbiarti, anima mia. È inutile, vedi, arrabbiarti. Perchè arrabbiarti? Egli potrebbe cacciarti via.

— Ebbene, che egli mi cacci pur via. È meglio. Almeno lavorerò per me, per voi, non per quella gente maledetta. Ah, eccola che ritorna! — disse poi, abbassando la voce, poichè la figura nera di zia Martina appariva sullo sfondo livido dello spiazzo. — Ora mi sgriderà perchè ho lasciato la casa sola: ella ha paura