Pagina:Naufraghi in porto.djvu/196

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tico concio che il tempo aveva quasi pietrificato; strane erbe pallide, steli d’un verde quasi bianco, gramigne melanconiche lo coprivano; sembrava un rialzo qualunque e non esalava più odore.

Una sera sull’imbrunire. Isidoro Pane, mentre preparava la cena, sentì chiasso dalla parte del rialzo, e s’affacciò alla porticina per guardare.

Il crepuscolo era freddo, verdognolo e luminoso. Un gruppo di persone, quasi tutte donne, nere sull’aria limpida, s’avanzava verso il rialzo, suonando e cantando. Isidoro capì di che si trattava e andò loro incontro. Le donne, una ventina tra vecchie e giovani, cantavano a mezza voce e con tono saltellante eppur melanconico, una bizzarra canzone, o meglio uno scongiuro contro il morso della tarantola, accompagnate dal suono monotono d’uno strumento primitivo, la serraia, specie di cetra con la cassa formata da una vescica di maiale secca: lo suonava un giovinetto mendicante, pallido e cieco, stranamente vestito con abiti da donna laceri e sporchi.

Altri tre uomini si distinguevano nel gruppo, ed in uno di essi, dal volto acceso e febbricitante, con una mano fasciata, Isidoro Pane riconobbe Giacobbe Dejas.

Il pescatore gli toccò con un dito la mano fasciata, mentre Giacobbe lo fissava con occhi pieni di profondo terrore.

— Hai paura di morire? Per un morso di tarantola? che, che!