Pagina:Naufraghi in porto.djvu/224

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cerulea di sogno. E l’uomo camminava, camminava. Sentiva la mente un po’ assonnata, ma le membra agili e fresche. Ogni tanto faceva dei salti, passava per scorciatoie ripide, e si fermava in alto, anelante, col cuore che gli batteva forte. La luna metteva scintille d’argento entro i suoi occhi limpidi.

Più procedeva, più riconosceva i luoghi; sentiva nell’aria la fragranza selvaggia della terra natia, riconosceva i salti melanconici seminati d’orzo e di frumento ancora verde, le brughiere di lentischio, i radi alberi selvatici mormoranti a qualche soffio di vento come vecchi dormenti che parlano in sogno; e più in là le grandi sfingi, azzurre alla luna, e più in là ancora la lama del mare, di quel mare che egli si sentiva superbo di aver varcato, non importa come.

Giunto presso la chiesa di San Francesco sostò ancora, si scoprì il capo e pregò: e la sua preghiera fu sincera, perchè in quel momento egli sentiva tutta la gioia del ritorno come ancora non l’aveva sentita.


Cominciava appena ad albeggiare quando Isidoro sentì picchiare alla sua porticina.

Da quindici, — da venti giorni, — da mesi e mesi, — egli aspettava quel dun dun scricchiolante alla sua porticina: e balzò in piedi, ancor prima che il vecchio cuore cominciasse a balzargli in petto.

Aprì. Vide, o intravide, un individuo alto,