Pagina:Neera - La Regaldina, Madella, 1914.djvu/195

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Fu un bene; perchè Ippolito da quello sguardo attinse fermezza e consolazione.

— Ma lei... lei... — soggiunse, prendendole le mani e sprofondandosi nella dolcezza del guardarla.

— Io? — fece Daria, stringendosi lievemente sulle spalle con un moto involontario di dolore — io sarò sempre felice finche avrò un dovere da compiere e degli esseri da amare...

Guardò in giro per la stanza, e guardò anche lui, con un raggio di dolcezza improvvisa.

Egli le teneva sempre le mani.

— Sa — continuò la giovane, tremando a fior di pelle, pallidissima — la mia vita non era destinata alla gioia. Non conobbi i miei genitori, venni orfana e povera in questa casa, facendo con me stessa il patto di ricambiare in affetto e in devozione il pane che i Regaldi mi davano... All’amore non ci pensavo. Esso venne... e fu la mia fede, fu la mia forza... Non gli chiedo altro. — Qui (abbassò la voce, quasi volesse parlare all’anima di Ippolito, senza ferirgli l’orecchio) abbiamo veduto l’amore che non sa tacere, che non sa soffrire, che non sa combattere, oh! esso non è il vere amore....

— Daria! — esclamò Ippolito, baciandole le mani, piangendo come un bambino.