Pagina:Neera - La Regaldina, Madella, 1914.djvu/89

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Ippolito balzò in piedi, livido.

— Non può?... lo deve e lo farà!

La sua fisionomia di giovine timido era trasfigurata; gli ardeva negli occhi una fiamma.

Matilde ebbe paura.

— Calmati — disse — usiamo prudenza; se la Tatta se ne accorgesse, se Daria....

Questo nome dolcissimo caduto in riiezzo a tanta procella risvegliò più acuto in Ippolito il senso del dolore, ma valse pure a frenare lo sdegno. Riprese in un momento la sua corazza di impassibilità e osservando che l’ora della notte era molto avanzata, consigliò Matilde di andarsi a riposare.

Il loro saluto fu mesto assai; nè Ippolito rimasto solo pensò a coricarsi, che troppo affanno gli stringeva il cuore. Stette lì su quella medesima sedia, a quello stesso tavolo dove poche ore prima gli era parso di essere felice; vi stette finchè i primi bagliori dell’alba, facendo impallidire la fiamma della lucerna, lo avvertirono che era tempo di mettersi all’opera.