Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/109

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La mia vicina. 99

certa grazia baldanzosa...; di più, su quel fondo unito di un bell’azzurro carico spiccava il pallore delle mie guance e l’arco bruno de’ miei lunghi baffi.

Non aggiungo altro per non aver l’aria di vanesio — e poi perchè realmente non avrei altro da aggiungere.

Torno dunque alla contemplazione del mio soprabito. Parrà a qualcuno che per un soprabito usato la contemplazione sia oltremodo soverchia; ma io non ho fretta, cari lettori. Anzitutto non sono un romanziere e non ho gli avvenimenti che incalzano, smaniosi della catastrofe finale.

Io non ho mai scritto romanzi, non saprei da qual parte cominciare, ma mi ricordo di un libriccino letto di traforo ne’ miei momenti d’ozio e che portava questa epigrafe:

...Orecchio ama pacato
La musa; e mente arguta e cor gentile.

Mi pare che se dovessi scrivere un romanzo, mi atterrei a questo precetto. Gli scrittori di cartello direbbero magari che non ho fantasia, che non ho potenza d’immaginazione, che non ho vena feconda e creatrice; ebbene in queste poche pagine io non ho l’ambizione di creare nulla; m’accontento di copiare umilmente il vero, con calma, con pacatezza, con quel prudente riserbo che mi suggerisce dapprima il mio carattere, poi la mia qualità di agente factotum nella casa P. P. Giacobbe del quondam Stanislao per il commercio all’ingrosso delle droghe estere.

Il minuzioso esame del mio soprabito mi condusse alla scoperta di un altro bottone mancante e di tre