Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/193

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Perchè sono celibe. 183


— Signorina, mi trovo umiliato nel non poter corrispondere alla sua citazione; io sono impiegato all’Ufficio del Demanio e non ho tempo di leggere dei versi; ma ella fa bene a dare una sorella alle nove muse — restano così dieci, che è un bel numero tondo.

Parlando della rotondità dei numeri io contemplavo quelle della signora Francesca, che mi sembravano egualmente belle — e assai più seducenti.

La fanciulla di rossa che era diventò pavonazza, ciò che lusingò oltremodo il mio amor proprio.

Dovetti nondimeno prender congedo.

Rientrando nel mio alveare tornai a leggere la poetica tappezzeria delle muraglie e arrestandomi a questa frase: Amare un’ora e soffrire un secolo — ecco la vita! — feci la seguente riflessione:

Certo che Francesca non ha ancora amato, perchè non mostra menomamente di soffrire.

La bellezza! — no, non è la bellezza che genera l’amore.

Io fui quasi sempre innamorato di mediocrità assai lontane dal tipo di Venere; e sono intimamente persuaso che non è la più bella delle donne quella che ci possa destare maggior amore. Per quanto un uomo sia materiale bisogna sempre che rimonti alla sorgente prima dell’unico bello, dell’unico vero — l’ideale. Per quanto egli ami una bella persona, ei non l’amerebbe però se essa non avesse la scintilla animatrice. Per