Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/25

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Come la mia anima fu perduta alla grazia. 15


portava all’occhiello il nastro di una decorazione ignota. Era membro e solido appoggio della congregazione del Buon Pastore, era il braccio destro di mia zia e faceva in casa nostra la pioggia ed il bel tempo. Credo fosse un’ottima pasta di bacchettone, innocuo, senza fiele, neghittoso, sempre stanco e spossato; solo adiravasi un poco quando, entrato in sala e stese le sue lunghe gambe davanti al camino, io movevo a salutarlo in questi termini:

— Come sta ella, illustrissimo signor cavaliere Zaccarone dei sette chiodi? oppure: degli undici chiodi?

Non ci metteva malizia; ma il numero esatto de’ suoi chiodi non lo potevo mai ritenere.

— Nove, ragazzo, nove chiodi; tre volte tanti quanti ne aveva nostro Signore Gesù Cristo. Tieni a mente una buona volta.

Oltre alla marchesa e al cavaliere io vedeva giornalmente due abati preposti alla cura della mia educazione; due abati che non andavano mai d’accordo in nulla. Uno sosteneva sant’Agostino e l’altro san Pietro; ne parlavano sempre e si oltraggiavano a vicenda; motivo per cui appresi di buon’ora che sant’Agostino era un discolo e san Pietro un ignorante. Il partigiano di sant’Agostino era un grosso epicureo dalla faccia rubiconda, temperamento sanguigno, labbra dense e vermiglie; si chiamava don Edoardo; mi direte che non è un nome da abate, ed io vi rispondo che non l’ho battezzato io.

Don Sulpicio l’altro, ma, prima di continuare, ditemi, o lettori, se voi credete che l'uomo discenda dalle scimmie, come asseriscono molti naturalisti, e, concessa