Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/59

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Divina gioventù. 49


— Avete ragione. Io mi ricordo che dai quindici ai diciotto le donne mi occupavano meno della mia pipa che tentavo di annerire e non avrei dato il mio carniere pieno di allodole per la più bella delle tre Grazie. Avevo allora un amico, un matto, uno scavezzacollo peggio di me; ne facevamo d’ogni colore. Per dieci miglia all’intorno suonavano i nostri nomi terrore delle massaie alle quali uccidevamo i polli, dei contadini a cui si devastavano i campi per levare a volo le quaglie e sopratutto delle ragazze che non potevano preservare la porta delle loro case da certe caricature briccone dovute al precoce talento artistico d’Oreste. Noi tagliavamo la corda dove la moglie del farmacista sciorinava il suo bucato e più d’una volta entrammo in chiesa nell’ora delle litanie a cantare i versi dell’Ariosto.

— Mi congratulo con voi! eravate un bel soggetto, molto diverso da quello che vi dipinge la Gazzetta del vostro partito nella recente perorazione agli elettori «uomo nutrito di studî seri e profondi, frutto d’una operosa gioventù.»

— Infatti! — esclamo ridendo Ciro Garzes — il mio amico ed io lavorammo per più giorni a scavare un buco invisibile nella muraglia che circondava l’orto del curato; egli aveva il più bell’albero di fichi che si potesse immaginare, e facevano molta invidia a noi che versati nei buoni studî classici ripetevamo con coscienza:

. . . . . tra li lazzi sorbi
Fruttar si disconviene il dolce fico.

Vi dirò che nel nostro concetto metaforico sì, ma