Pagina:Neera - Novelle gaje, Milano, Brigola, 1879.djvu/95

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Un morto. 85

zie della sua salute. Mi rispose, tossendo un poco, che ora sta meglio, ma che fu gravemente ammalato, intanto che egli parlava, io pensavo che m'ero dimenticata di chiudere la gabbia del mio cardellino e che senza dubbio non ve lo avrei più trovato — vedi quanto Emanuele mi soggiogava!... Non capisco proprio come feci a innamorarmene, ma ero tanto giovane allora che forse scambiai per amore un leggerissimo capriccio; il fatto è che mi parve punto bello; e, sai? non ha gli occhi neri — no; visti sotto il sole hanno un misto di castagno dorato e di grigio azzurrognolo. Egli disse: mi permettete di accompagnarvi fino alla carrozza?

Risposi: perchè no? Solo non vorrei tirarvi giù di strada. Egli replicò (sta attenta al complimento): In vostra compagnia non sono mai giù di strada. Ah! ah! se non fosse stata la solennità del luogo, avrei riso proprio di cuore, ma mi accontentai di dirgli: non scherzate fra i morti.

Prese un’aria grave, abbassando la voce quasi avesse paura che lo udissero le lucertole o il mendicante sordomuto accoccolato dietro il cancello:

— Non scherzo, Sofia. Abbiamo anche noi il nostro povero morto, quel morto cui non aspetta veruna resurrezione... il nostro amore.

Eh? Avevo ben ragione di dirti che non c’è nulla da temere per parte di Emanuele. Possiamo stare vicini come due cariatidi su una tomba — senza toccarci, senza guardarci neppure. Gli ho dato il permesso di venire a trovarmi quando non sa più come uccidere il tempo; ci annoieremo insieme — è una opera di misericordia anche questa.