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94 Una giovinezza del secolo XIX

accusava di colpe assurde, per esempio di averle servito il caffè in una tazza sbrecciata, non per distrazione come sarà stato benissimo, ma di proposito per farle dispetto. In tali circostanze io negavo appena, perchè sentivo vivamente la dignità di me stessa e quanto sarebbe stato inutile combattere contro un nemico ignoto, che aveva per sè il vantaggio di essere mio superiore, che poteva sgridarmi e castigarmi, che io dovevo rispettare e ubbidire.

Ho detto nemico ignoto, perchè in realtà non conoscevo la causa che mi rendeva così ostile una persona verso la quale sentivo di non avere alcuna colpa e strano, ma vero, neppure risentimento. Le sue accuse, le sue ingiustizie erano come frecce che mi fischiavano intorno senza portare il colpo mortale al cuore. Io compresi fin da allora che nessuno al mondo ha il potere di offenderci se la nostra coscienza non ha nulla da rimproverarci e mi sono sempre stupita che vi sia tanta suscettibilità di vanità offesa, mentre è così valido schermo alle piccole ferite dell’amor proprio un alto sentimento di ciò che noi siamo, non di ciò che vuol farci parere l’invidia e la malignità altrui. Allora a quattordici anni non facevo questi bei ragionamenti, perchè il ragionamento nasce dalla