Pagina:Neera - Una passione, Milano, Treves, 1910.djvu/263

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Sul finire della colazione Mansa portò in tavola un piatto di noci.

— Se fossero ciliege! — esclamò Ippolito. — Questa primavera, Lilia, questa primavera anderemo noi stessi a coglierle da quell'albero in fondo all'orto.

Ma che cosa sperava? Che cosa credeva? Lilia volle abbozzare un sorriso che le riuscì forzato e Ippolito naturalmente lo interpretò in un senso opposto al vero.

Poi Lilia sali nella sua camera e Ippolito rimase in salotto a sfogliare vecchi libri. Lesse qualche poema di Ossian, ma gli parve freddo. Non così egli avrebbe scritto versi se fosse stato poeta. Fuoco! Fuoco! Fuoco! Stava gridando questa parola tutto solo nel mezzo del salotto quando Lilia riapparve e gli domandò scherzando se c'era qualche nuovo incendio da spegnere. Parlarono così per successione di idee del suo paesello, di Bergamo, di una medaglia al merito civile che gli era stata decretata ma che non era giunta ancora.

— E che ne sappiamo noi se è giunta? — esclamò Lilia. — È molto tempo che non ricevi notizie di casa tua?

Ippolito dovette confessare a se stesso (non le disse però) che aveva lasciato senza risposta parecchie lettere di suo zio Remo e una violentissima dello zio Romolo. Quest'ultima lo aveva