Pagina:Negri - Le solitarie,1917.djvu/50

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44 una serva


chezza. Quando era un pochetto — oh, solo un pochetto!... — alticcia, danzava in cucina un buffonesco, irresistibile fandango, cantando canzonette in un suo gergo tra francese e piemontese; e tutto finiva in una piroetta e in un ritornello: Op là!... vive la galette!...

Un’antica casa di campagna ereditata dall’ingegnere Carmi alla morte della madre — placido asilo rustico, coi monti biellesi alle spalle e l’immensa digradante pianura davanti — formò la felicità degli ultimi anni di Anin. Vi si andava a passare, in quiete, l’estate e l’autunno. V’eran pareti imbiancate a calce, pavimenti di mattoni rossi, balconate di legno, il pozzo in cortile, uno stanzone pieno di pannocchie dorate, di stacci e di còrbole, e un denso pergolato d’uva di Sant’Anna, che cacciava i suoi tralci dentro le finestre. La semplice anima della serva si trovava maravigliosamente in armonia con quella semplice casa, colle incisioni a colori del Sacro Cuore di Gesù e Maria, appese, sopra un rametto d’ulivo, ai capezzali dei letti a colonne: cogli armadi corrosi dal tarlo, con quel profumo di antico lare domestico, aleg-