Pagina:Nietzsche - La Nascita della Tragedia.djvu/244

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192 capitolo ventiduesimo


il mondo del fenomeno ai limiti dove nega sé stesso e cerca di rifugiarsi nuovamente nel seno della vera e unica realtà; dove il mondo del fenomeno sembra, dunque, che intoni, con Isotta, il suo metafisico canto del cigno:


Nel fiotto ondeggiante

del mare voluttuoso,
nell’eco sonoro
delle onde vaporose,
nel Tutto anelante
dell’alito universale,
annegarsi, sommergersi,

ignoti: suprema gioia!


In questo medesimo modo noi, attenendoci alle esperienze dell’ascoltatore veramente esteta, ci rappresentiamo anche l’artista tragico: egli, simile a un esuberante iddio dell’individuatio, crea le sue figure; e in questo senso la sua opera potrebbe approssimativamente forse intendersi come una «imitazione della natura»; ma poi il suo mostruoso istinto dionisiaco inghiotte tutto cotesto mondo dei fenomeni, per far presagire dietro di esso e per mezzo del suo annientamento una suprema gioia artistica primordiale nel seno dell’uno primigenio. Certo, non sanno dirci nulla i nostri esteti di questo ritorno alla patria originaria, della fratellanza delle due divinità artistiche nella tragedia, e della commozione tanto apollinea che dionisiaca dell’ascoltatore; mentre, d’altronde, non si stancano di caratterizzare la