Pagina:Notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli.djvu/215

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nuovo Eletto. Questi al numero di cinquantotto si chiu-

    infermo, dice la cronaca, fece venire Ferrante alla sua presenza, già lieto di moglie e di molti figliuoli; e poichè gli ebbe nuovamente conceduto l’eredità del reame di Puglia ed il grande tesoro che ne aveva raccolto, volle lasciargli tre ammonimenti, perchè potesse in tranquillità regnare: Che bisognava tener lontani da lui tutti gli Aragonesi e Catalani, già troppo esaltati, e in lor vece si servisse d’Italiani, e di questi componesse la sua corte, e principalmente di Napolitani, a’ quali conferisse gli offici, e non gli riguardasse, come faceva, di mal viso e come sospetti: Che egli conosceva aver gravato il regno con nuove imposte ed esazioni, alterando anche le antiche, che già eran tante che i popoli non potevano sopportarle: onde le togliesse tutte, riducendole all’usanza antica; Che finalmente coltivasse la pace nella quale lasciavalo co’ principi e le repubbliche d’Italia, e soprattutto si tenesse amici i Pontefici Romani, da’ quali in gran parte dipendeva la conservazione o la perdita del suo reame. La posterità conservò ad Alfonso il soprannome di magnanimo, acquistatosi da lui per la sua quasi illimitata liberalità. In quella beata stagione di secolo che tutt’i Sovrani d’Italia facevano a gara a chi mostrasse più grande amore per le lettere, egli gareggiò o superò tutti col suo entusiasmo per l’antichità, col suo zelo per gli studi, con le sue beneficenze verso i dotti, che da ogni pane chiamava con ogni maniera di allettamenti alla sua splendidissima corte. Egli avea scolpito per istemma della sua casa un libro aperto; e certamente nissun Monarca politico guerriero occupò tanto tempo nella lettura, quanto ne usava egli che sempre seco portava, fin ne’ campi, un Tito Livio ed i comentari di Cesare, ed ebbe sotto il cappezzale ogni giorno alcun libro affin di valersene nelle ore che potea rubare al sonno.
       Non si contenne Ferrante tra gl’insegnamenti paterni, sia per soddisfare al suo fastoso e splendido costume, sia perchè appena morto il padre, gli si alzarono contro competitori al trono, prima Carlo di Viana, figiuol di Giovanni, fratello di Alfonso I, succeduto in Sicilia, e dipoi il Duca Giovanni d’Angiò, chiamato alla conquista dal Principe di Taranto e dal Duca di Sessa, che viveano in grande sospetto del Re. Dal primo nemico fu salvato dalla fede de’ Napolitani, i quali, memori delle virtù d’Alfonso,

     Celano — Vol. I. 28