Pagina:Novelle lombarde.djvu/319

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e il riso, a cui egli procurava comporre le labbra, somigliava piuttosto ad un ringhio feroce.

— O mio Dio! che cos’hai Giulio?» lo richiese il padre tosto che la gioja lasciò luogo alla riflessione. «T’è occorso nulla di male? sei dato ne’ malandrini? Vieni.... entra.... siedi... raccontami».

Giulio faceva opera d’acquetarne l’ansietà; che non era nulla; e alla Felicia, che aveva vôlto al pianto il viso, dianzi così angelicamente sereno, — Felicia (diceva) non turbatevi: rimanete tranquilla; non è nulla, nulla affatto»: e sforsavasi d’accordare l’atto del volto alla cortesia delle parole.

— Ella (ripigliava il padre) ti vuol bene ancora, oh si davvero; non aveva che te nel cuore, te sulle labbra: contava i giorni, fin le ore che mancavano al tuo tornare, ed ora sarete contenti. Vi ricorda quando bambini di dieci anni, io e il mio povero fratello vi abbiam fatti impromettere l’uno all’altro? con che tripudio faceste le simulate nozze? Ora le compirete da vero: vi sposerete, e vivremo tutti insieme nel colmo d’ogni felicità».

Giulio ascoltava col mento proteso, la bocca semiaperta, sporgenti e stravolti gli occhi, da cui gocciavano grosse lagrime ardenti: e anelando sporgeva ad ora ad ora la lingua come per umettare le arse labbra, per raccorre il refrigerio dell’aria. E la Felicia: — Voi sarete riscaldato dalla via, n’è vero? Che io vi porga una tazza d’acqua diaccia?»

E senza aspettarne l’assenso, correva attingerla di sua mano, e gliela presentava. Giulio balzò di scatto in piedi, sbuffante, infuriato; d’un pugno rovesciò l’offertagli bevanda, e a precipizio lanciandosi fuori