Pagina:Novelle rusticane (1885).djvu/25

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il reverendo 11

trinseco del re, del giudice e del capitan d’armi, che aveva la polizia come l’Intendente, e i suoi rapporti arrivavano a Napoli senza passar per le mani del Luogotenente, nessuno osava litigare con lui, e allorchè gettava gli occhi su di un podere da vendere, o su di un lotto di terre comunali che si affittavano all’asta, gli stessi pezzi grossi del paese, se s’arrischiavano a disputarglielo, lo facevano coi salamelecchi, e offrendogli una presa di tabacco. Una volta, col barone istesso, durarono una mezza giornata a tira e molla. Il barone faceva l’amabile, e il Reverendo seduto in faccia a lui, col tabarro raccolto fra le gambe, ad ogni offerta d’aumento gli presentava la tabacchiera d’argento, sospirando: — Che volete farci, signor barone. Qui è caduto l’asino, e tocca a noi tirarlo su. — Finchè si pappò l’aggiudicazione, e il barone tirò su la presa, verde dalla bile.

Cotesto l’approvavano i villani, perchè i cani grossi si fanno sempre la guerra fra di loro, se capita un osso buono, e ai poveretti