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novella lxxvi. 139

LXXVI.


Fantasia di un pazzo.


. . . Animae, quibus altera fato
Corpora debentur, Lethaei fluminis undae
Securos latices et longa oblivia potans.
                                                      Virgil.

. . . L’anime, a cui dovuti
Sono altri corpi, al fiume Lete accolte
Beon dimenticanze e lunghi obblii
Dell’altra vita.



Il più bel pazzo ch’io conoscessi a’ miei dì è un certo Nardo che fu già calzolajo di professione, e al presente è uscito del cervello, per aver tralasciato di cucir suole e tomaje, ed essersi dato allo studio. Non credo in vita mia d’avere udite le più solenni bestialità di quelle ch’egli dice. Domandai a’ suoi di casa quai libri egli fosse accostumato a leggere, e m’arrecarono innanzi uno squarcio tutto logoro e lacerato, di forse dieci o dodici carte il più, che conteneva un pezzo verso la fine del Dialogo decimo della Repubblica di Platone. Vedi s’egli avea dato in cosa da impazzare. Tutti i suoi ragionamenti non sono altro che a migliaja di tramutazioni della sua vita. Egli è uno de’ maggiori diletti del mondo ad udirlo a dire ch’egli avea già un segreto di non so quai versi, e che quando gli dicea, l’anima sua usciva fuori del corpo, e andava aggirandosi invisibile dovunque egli volea. Che un tempo fu principe nel Mogol, e che avendo conferito ad un cortigiano, molto suo amico ’l segreto suo, e pregatolo che gli custodisse il corpo vôto, mentre ch’egli andava svolazzando qua e colà in ispirito, il cortegiano gliel’avea accoccata; perchè un dì standosi alla custodia delle sue membra vacue, gli venne in animo di recitare i versi, e incontanente uscì fuori del corpo anch’egli, ed eutrò nel principe, e, posto mano a