Pagina:Novellette e racconti.djvu/192

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182 novella lxxxiii.

tempo, incominciarono, prima ancora che quivi giungessero, a dirne male, e a conghietturare fra loro che così tosto non avrebbe potuto il pittore far opera buona, biasimando a mente quello che non aveano ancora veduto. Quando picchiarono all’uscio, il cavaliere corse incontanente dietro alla tela, e adattata la faccia, secondo il concertato modo, al foro di quella, incominciò ad essere ritratto, e ad attendere il giudizio che dovea esser dato delle sue somiglianze. Il pittore presa la candela nelle mani, e tenendola a quel modo che più gli piacea, fece loro vedere l’opera di natura; della quale incominciarono tutti a uno a uno a ritrovare i difetti. E chi dicea: Io vi scuso per la prestezza del tempo, ma in verità che de’ tre ritratti che avete fatti, è questo il peggiore. Un altro: Il cavaliere non ha viso così lungo; e il terzo dicea: Oh! parvi ch’egli abbia quel naso con quel rialto costà nel mezzo? oltre di che gli occhi di lui traggono piuttosto al cilestro, e questi sono neri. Il pittore, perchè più si rinfocolassero a dire, si diede a difendere l’opera; ond’essi sempre più infiammati a biasimare e a non voler cedere, ne dissero sempre peggior male per ostinazione, e fu conchiuso ad alta voce che la pittura parea fatta da uno scolare, e che il ritratto era un mostro. Di che il cavaliere non potendo più aver pazienza, rispose loro dalla tela, che ne gli ringraziava caramente della gentilezza che gli usavano, e che finalmente si era avveduto che chi non sa, è tanto buon giudice della natura, quanto dell’arte. Gli amici scornati si partirono, e il cavaliere pagati tuttadue i ritratti volentieri al pittore, se ne andò a’ fatti suoi, e fece presente di uno alla sua innamorata che l’ebbe carissimo.