Pagina:Odi e inni.djvu/226

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lato le acque mormorano e stillano giù per le pietre muscose, sì che anche la sete più infernale potrebbe qui essere estinta. Tale doveva mostrarsi tutto il Casentino ai tempi di Maestro Adamo».1

Ai tempi di Maestro Adamo, che non erano poi i tempi di Adamo nostro primogenito, il Casentino avrebbe certo potuto estinguere la sete di Firenze e di altre città, se l’acqua de’ suoi ruscelletti fosse stata condotta al piano. Ora esso non può, a quel che pare, perchè le frane hanno ostruito gli alvei: le frane causate dalla selvaggia distruzione delle selve.

Ma freddi e molli sono tuttora i canali dei ruscelletti che discendono in Serchio! Perchè? Perchè verdi sono tuttora i colli dai quali discendono: verdi di castagni, di quercie, di faggi, d’abeti. La vegetazione impedisce all’acqua piovana di evaporar subito, e questa circola così nelle vene della terra, donde geme in polle e scorre in ruscelli. Gli alberi e le acque si amano e si aiutano con fraterna vicenda: gli alberi proteggono le acque, le acque alimentano gli alberi. E quando la bella selva nei meriggi estivi sta immobile sul dorso del monte, pare che porga ascolto alla voce sommessa e dolce, come un vagito nuovo, d’un rio a cui ella diede la vita; e quando i ruscelli son divenuti il fiume, questo, con la sua gran voce inestinguibile, sembra che canti le lodi dei faggi e degli abeti, amici della solitudine e della meditazione, i quali tuttavia di lassù vollero ispirare e animare tanto fremebondo lavoro al piano.

Così il Serchio, cioè «il fiume,» come è chiamato dai rivieraschi, canta il suo grande inno di grazie ai colletti frondosi, tra i quali scorre perennemente. Ai

  1. Alfredo Bassermann, Orme di Dante, trad. Egidio Gorra, Bologna, Zanichelli 1902, pag. 105.