Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/203

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188 odissea

E de’ Giganti la selvaggia stirpe.
     Alcinoo, gli rispose il saggio Ulisse,270
Muta questo pensiero. Io dell’immenso
Cielo ai felici abitatori eterni
Né d’indole somiglio, né d’aspetto.
Somiglio ai figli de’ mortali, e a quanti
Voi conoscete in più angoscioso stato.275
Né ad alcuno di lor cedo ne’ mali:
Tanti, e sì gravi men crearo i Numi.
Or cenar mi lasciate, ancor che afflitto:
Però che nulla io so di più molesto
Che il digiun ventre, di cui l’uom mal puote280
Dimenticarsi per gravezze, o doglie.
Nel fondo io son de’ guai: pur questo interno
Signor, che mai di domandar non resta,
Vuol, ch’io più non rammenti i danni miei,
E ai cibi stenda, ed ai licor la mano.285
Ma voi, comparso in Orïente il giorno,
Rimandarmi vi piaccia. Io non ricuso,
Visti i miei servi, l’alte case, e i campi,
Gli occhi al lume del Sol chiuder per sempre.
     Disse; e tutti assentìano, e fean gran ressa,290
Che lo stranier, che ragionò sì bene,
Buona scorta impetrasse. Al fin, libato
Ch’ebbero, e a pien bevuto, il proprio albergo