Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/256

Da Wikisource.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca

libro nono 241

Non gli s’alzi da presso altro cacume.
Lascio i compagni della nave a guardia,245
E con dodici sol, che i più robusti
Mi pareano, e più arditi, in via mi pongo,
Meco in otre caprin recando un negro
Licor nettareo, che ci diè Marone
D’Evantéo figlio, e sacerdote a Febo,250
Cui d’Ismaro le torri erano in cura.
Soggiornava del Dio nel verde bosco,
E noi di santa riverenza tocchi
Con la moglie il salvammo, e con la prole.
Quindi ei mi porse incliti doni: sette255
Talenti d’òr ben lavorato, un’urna
D’argento tutta, e dodici d’un vino
Soave, incorruttibile, celeste,
Anfore colme, un vin, ch’egli, la casta
Moglie, e la fida dispensiera solo,260
Non donzelli sapeanlo, e non ancelle.
Quandunque ne bevean, chi empiea la tazza,
Venti metri infondea d’acqua di fonte,
E tal dall’urna scoverchiata odore
Spirava, e sì divin, che somma noja265
Stato saria non confortarne il petto.
Io dell’alma bevanda un otre adunque
Tenea, tenea vivande a un zaino in grembo: