Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/315

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Quantunque men dolesse, io permettea
Al sangue atro appressar, se il vate prima120
Favellar non s’udia. Levossi al fine
Con l’aureo scettro nella man famosa
L’alma Tebana di Tiresia, e ratto
Mi riconobbe, e disse: Uomo infelice,
Perchè, del Sole abbandonati i raggi,125
Le dimore inamabili de’ morti
Scendesti a visitar? Da questa fossa
Ti scosta, e torci in altra parte il brando,
Sì ch’io beva del sangue, e il ver ti narri.
     Il piè ritrassi, e invaginai l’acuto130
D’argentee borchie tempestato brando.
Ma ei, poichè bevuto ebbe, in tal guisa
Movea le labbra: Rinomato Ulisse,
Tu alla dolcezza del ritorno aneli,
E un Nume invidïoso il ti contende.135
Come celarti da Nettun, che grave
Contra te concepì sdegno nel petto
Pel figlio, a cui spegnesti in fronte l’occhio?
Pur, sebbene a gran pena, Itaca avrai,
Sol che te stesso, e i tuoi compagni affreni,140
Quando, tutti del mar vinti i perigli,
Approderai col ben formato legno
Alla verde Trinacria isola, in cui