Pagina:Odissea (Pindemonte).djvu/671

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E gl’instabili scogli, e la tremenda
Cariddi, e Scilla, cui non vider mai420
I più destri nocchieri impunemente.
Nè l’estinto tacea del Sole armento,
E la vermiglia folgore di Giove
Altitonante, che percosse il legno,
E i compagni sperdè. Campò egli a terra425
Solo, e afferrò all’Ogigia isola; ed ivi
Calipso, che bramava essergli sposa,
Il ritenea nelle sue cave grotte,
L’adagiava di tutto, e giorni eterni
Senza canizie prometteagli: pure430
Nel seno il cor mai non piegògli. Al fine
Dopo infiniti guai giunse ai Feaci,
Che al par d’un Nume l’onoraro, e in nave
Di rame carca, e d’oro, e di vestiti,
All’aer dolce de’ natii suoi monti435
Rimandârlo. Quest’ultima parola
Delle labbra gli uscia, quando soave
Scioglitor delle membra, e d’ogni cura
Disgombrator, sovra lui cadde il sonno.
     Ma in questo mezzo la Pupilleazzurra440
Di Laerte il figliuol non obbliava.
Come le parve, ch’ei goduto avesse
Di notturna quïete appo la fida