Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/107

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beghine curve cercavano di nascondere alla meglio dentro un giornale uno scampolo di raso celeste macchiato d’inchiostro e si ripetevano desolate: – Gesummaria, ma come sì sarà macchiato così, Gesummaria? Ma il più bello spettacolo m’aspettava dietro casa mia, sulla piazza di San Biagio, davanti alla chiesa. Anche lì, un carretto e i bracciali rossi. Uno di questi, che affitta e ripara biciclette in una botteguccia accanto al Municipio, mi chiamò da lontano: – Venga, dottore, venga a vedere. Corra! – Lo seguii, in chiesa. Con una dozzina di compagni suoi quello aveva alzato tre lapidi terragne e dai loculi cavavano su scarpe: scarpe d’ogni forma, dai sandali pei bambini agli stivaloni da caccia, scarpe in scatole, scarpe legate a mazzi pei tiranti. Si udiva dal fondo del sepolcro una voce: – Scarpini da signora, – e volavano su scarpini che ti parevano lanciati dal piede d’una ballerina. Saranno state per lo meno due o trecento paja di scarpe. Ve n’erano ormai sui banchi, sugli altari, sulla scaletta del pulpito. E il biciclettajo, in testa un berretto ornato da uno smalto blu della Fiat, al braccio la fascia rossa della Camera del Lavoro, mi spiegava: – Il canonico Terzetti è curato qui di San Biagio. I capitali per aprire il calzaturificio sul Corso, l’ha dati lui. Lei capisce. Ma ce n’è anche, pare, d’altri due o tre canonici. — Ma voi come l’avete saputo? — Come l’ho saputo, dottore? Lo chieda a Nestore.