Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/226

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piove a dirotto e mi trovo al riparo, io mi sento tranquillo come un oggetto fragile nell’ovatta. E sentendomi tranquillo mi pare che tutto nel mondo debba finire a diventare tranquillo come me. Dunque: li sottosegretario agl’Interni, pur tra tante effusioni d’affetto, aveva finito per burlarsi del Pazzotti; la folla intorno all’onorevole Pazzotti s’era abbandonata senza paura al gusto di fischiarlo; era bastata una parola di donna per condurre l’onorevole Catini a baciare addirittura il piede d’un papa, sia pure di bronzo; erano bastati gli scoppii d’un motore d’automobile a far scivolare sotto i tavolini i rivoluzionarii più impavidi; infine, Cencina Pópoli s’era innamorata d’un colonnello dei bersaglieri. Che altro occorreva perchè io aprissi gli occhi? Mi pareva d’essere in quegli ultimi giorni di febbraio quando bastano dieci ore di sole a far apparire le gemme sui pruni delle siepi; ma bisogna ficcar gli occhi tra le spine con un po’ di coraggio e d’amore per scorgere le gemme sotto le squame nere, e il passante distratto non se ne avvede, e una brinata può intirizzirle e farle sparire. Pure non c’era dubbio. Cencina, sopra tutto, non poteva sbagliarsi. Stavano per sorgere giorni nuovi. Nuovi, ma come? L’acquazzone diventava furibondo. Il mondo esterno era abolito da quel diluvio. Mi pareva d’essere solo sulla terra inondata, dentro quella scatola di ferro ben chiusa e difesa, tratta innanzi da una forza sicura che s’infischiava delle furie dell’uragano. E le beghe lasciate a Roma