Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/229

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è un facilissimo dire, da Omero in qua. E chi l’ha veduta, può dirne più male di chi l’ha sentita raccontare; e chi l’ha fatta, più di chi l’ha veduta. Ma anche qui mi rifiuto d’andare fino in fondo, e confesso che della guerra in genere, della guerra che non dovessimo ricombattere noi, non arrivo nemmeno oggi a dir male: uno, perchè è inutile dirne male, e con tutto il male che se n’è detto e visto e sofferto nei secoli, non se n’è impedita nessuna, altro che da chi, nazione o individuo, al momento buono s’è dato a scappare, e allora sarebbe stato meglio che combattesse e combattendo morisse; due, perchè le guerre altrui, in fondo, non mi dispiacciono. Delle guerre lontane che danno varietà ai giornali e una pennellata di rosso all’orizzonte; che t’insegnano la geografia politica e fisica senza fatica, sera per sera, con un telegramma Stefani e una corrispondenza Barzini; che sono il romanzo alla Verne o alla Dumas per noi adulti, il teatro per chi la sera resta a casa e dopo pranzo si mette in pantofole e si sdraja in poltrona; che a tutti gli scavezzacollo danno un’occasione d’andarsi a sfogare o a riabilitare, lontano, senza che alla fine si sappia bene se sono stati dei truffaldini o degli eroi; che ai pescicagnòli neonati permettono il commercio delle armi vecchie, dei muli zoppi e dei viveri avariati, ma a distanza, con un guadagno ben rischioso ed incerto e con una certa fama di pirati e negrieri che resta loro incollata addosso, losca e romantica; la guerra insomma del Messico o del Marocco, dei boeri o dei boxers,