Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/68

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parlarmi, le umide labbra da cui pendeva un cencio di lattuga, io mi chiedevo, continuando l’apostrofe del signor sindaco: – E a queste povere bestie che muojono per farci vivere, non dovrà il Governo dare una ricompensa? – Una sera, per uno di quei ghiribizzi da monello che sono indegni della mia età, avendo Giacinta portato in casa per sgozzarlo uno di quegli innocenti, io gli legai al collo un nastro bianco e rosso, e così decorato volli che vivesse un giorno di più. Dovreste aver veduto le feste che gli fecero i compagni quando egli tornò nel recinto con quelle insegne! Ahimè, ahimè, ora son cavaliere anche io come il mio povero coniglio, e questi scherzi non me li posso permettere più. Stamane ho fermato qui i miei ricordi, di colpo, perchè non volevo guastarmi l’umor lieto con cui m’ero levato e vestito, anzi volevo mantenerlo fresco fresco per raccontare oggi il pranzo dato in onore dell’onorevole Mastiotti qui in casa mia, il quale pranzo tanto giovò a consolidare in paese la fama e l’autorità di mio figlio. Fino all’ultima ora si temette che quell’illustre uomo, socialista, massimalista, comunista, leninista ferocissimo allora (adesso è turatiano, ma ha sempre pronta una vampata di nostalgia) mancasse alla parola che aveva data a Nestore e al segretario della nostra Camera del lavoro. Era andato a fare un’inchiesta in un villaggio della pianura, a Castelpiano, dove un carabiniere, avendo ricevuto durante un comizio un sasso sulla faccia, aveva osato sparare la sua