Pagina:Ojetti - Mio figlio ferroviere.djvu/72

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sembrava un pensionato dei regio Governo, non un apostolo della rivoluzione rossa. E rideva sempre. S’era súbito seduto sul divano dando larghe manate ai cuscini perchè accompagnassero comodamente le borghesissime curve dei suoi fianchi, e m’aveva voluto accanto a sè continuando anche su me quelle sue affettuose manate come per accomodare anche me affabilmente ai suoi gusti. – Caro cavaliere, caro cavaliere.... – Non conosceva i nostri paesi e mi descriveva liricamente la veduta della valle al tramonto, col fiume giù nel fondo che luccicava e i monti Martani dorati dagli ultimi raggi e le colline viola: – Gran bel paese, perdio, e bella gente! Facce aperte, ragazze fiorose.... Una fischiata acutissima lacerò l’aria, e io saltai in piedi. Ma quello ridendo mi afferrò per le braccia e mi ripose sul divano. — Niente, – osservò senza voltarsi il segretario della Camera del lavoro: – Fischiamo la guardia regia. In quella entrò, seguìta da mia moglie, una signora che tanto era magra e biliosa quanto Mastiotti era florido ed ilare. — Cavaliere, mia moglie. Lei, sì, conosceva questi paesi. È stata maestra a San Marco prima di sposarsi. Non c’era più tornata da.... Ho da dire da quanti anni? Per questo siamo arrivati in ritardo, che ho voluto ricondurre mia moglie a San Marco dopo tanti anni. Tanti, per modo di dire. Le hanno fatte molte feste, anche la maestra d’adesso, che pure, povera donna, è “popolare”, siciliana e, s’immagini, parente