Pagina:Olanda.djvu/116

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104 rotterdam.

il genio operò assai più in lui che lo studio; egli indovinò le regole dell’ arte sua; e se qualche volta ha dipinto un po’ troppo nero, come dice uno dei suoi critici, la colpa è di qualche bottiglia di più bevuta a desinare.

Non è lo Steen il solo pittore olandese che abbia la reputazione, meritata o no, di beone. Vi fu un tempo in cui quasi tutti gli artisti passavano una buona parte della giornata nelle taverne, pigliavano cotte favolose, venivano alle mani, ne uscivano pésti e sanguinosi. In un poema sulla pittura di Karel van Mander, il primo che scrisse la storia dei pittori dei Paesi Bassi, v’è un passo contro il vizio dell’ubriachezza e l’abitudine delle risse, che dice fra le altre cose: siate sobrii e fate che al malaugurato proverbio: «Crapulone come un pittore» si sostituisca: «Temperante come un artista.» Il Mieris, per citare soltanto i più famosi, fu un bevitore emerito; il Van Goyen, un briachella; Francesco Halz, maestro del Brouwer, una spugna da vino; il Brouwer, un bettolante incorreggibile; Guglielmo Cornélis e Hondekoeter, devotissimi anch’essi alla bottiglia. Degli altri minori si dice che parecchi morirono ubriachi. E anche nelle morti, la storia dei pittori olandesi presenta mille casi strani. Il grande Rembrandt morì nella strettezza, quasi all’insaputa di tutti; l’Holbema morì ad Amsterdam nel quartiere dei poveri; lo Steen morì nella miseria; Brouwer morì all’ospedale; Andrea Both ed Enrico Verschuring morirono annegati; Adriano Bloemaert morì in duello;