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188 L'AJA.

piedi delle prime dune, che son monticciuoli di sabbia, ripidi, rotti, corrosi, deformati dall’eterno flagello delle onde. Tale è tutta la costa olandese dalle foci della Mosa ad Helder. Non vi son molluschi, nè stelle di mare, nè conchiglie viventi, nè granchi, nè un cespuglio, nè un filo d'erba. Non si vede che acqua e sabbia, sterilità e solitudine.

Il mare non è meno tristo della costa, e risponde veramente all’immagine che ci formiamo del Mare del Nord, leggendo dei superstiziosi terrori degli antichi che se lo raffiguravano agitato da venti eterni, e popolato da mostri giganteschi. Vicino alla sponda è giallastro, più in là d’un verde pallido, e più lontano d’un azzurro smorto. L’orizzonte è per lo più velato dalla nebbia, che spesso discende fin sulla spiaggia, e nasconde tutto il mare, come un’immensa cortina, lasciando veder soltanto le onde che vengono a morire sulla sabbia, e qualche larva di barcone da pescatore poco lontano. Il cielo è quasi sempre grigio, percorso da grandi nuvole che gettano sulle acque ombre dense e mobilissime; in alcuni punti nero d’un’oscurità quasi notturna, che fa balenare alla mente immagini di tempeste e di naufragi orrendi; in altri punti rischiarato da sprazzi, da righe serpeggianti di luce vivissima, che sembrano fulmini immobili, o albori di qualche astro misterioso. L’onda, sempre agitata, corre a mordere la riva con un impeto furioso, e manda un rumore prolungato che pare un grido di minaccia e di dolore d’una folla infinita. Il mare, il cielo e la terra si