Pagina:Olanda.djvu/274

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262 LEIDA.

minano in ornati, fronde che si allargano in mani, petti che vegetano, nasi che sbocciano, visi traforati, occhi strambi, pupille nella nuca, membri rovesciati, ali di draghi, code di sirene, chiome di biscie, bocche di pesci, denti d’elefante, rughe dorate, colli a zig zag, tratteggiamenti, rabeschi coloriti, ghirigori, di cui nessuna lingua può dare un’idea, e che è impossibile ritener nella mente. Uscendo da quel Museo, mi parve di svegliarmi da uno di quei sogni febbrili nei quali si vede qualcosa che non si sa che sia, che si trasforma continuamente, con una rapidità furiosa, in altre cose che non han nome.

Non v’è altro da vedere a Leida. Il mulino in cui nacque il Rembrandt non esiste più. Delle case dove nacquero i pittori Dow, Steen, Metzu, van Goyen e quell’Otto van Veen ch’ebbe l’onore e la disgrazia d’esser maestro di Paolo Rubens, non si conserva alcun ricordo. Si può vedere ancora il castello di Endegeest dove soggiornarono il Boerhaave e il Descartes; questo per parecchi anni, durante i quali scrisse le sue principali opere di filosofia e di matematica. Il castello è posto sulla via che da Leida conduce al villaggio di Katwijk, dove il vecchio Reno, i cui varii rami si riuniscono in un solo uscendo dalla città, mette foce nel mare.

La seconda volta che fui a Leida, volli andar a veder morire questo meraviglioso fiume. Fino dalla prima volta ch’avevo passato il Vecchio Reno, in