Pagina:Olanda.djvu/309

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AMSTERDAM. 297

dine, come se ci spirasse la minaccia di qualche sventura.

Chi ama i contrasti, non ha che da recarsi da questa parte della città nella piazza chiamata il dam, dove convergono le strade principali, e si trova il Palazzo Reale, la Borsa, la Nuova Chiesa e il monumento detto la Croce di Metallo, innalzato in commemorazione della guerra del 1830. Là v’è un movimento fittissimo e continuo di gente e di carrozze, che rammenta lo square di Trafalgar di Londra, la Porta del Sole di Madrid e la piazza della Maddalena di Parigi. Stando là un’ora si gode il più svariato spettacolo che si possa vedere in Olanda. Passano faccioni rossi e petulanti dell’alto patriziato mercantile, volti abbronzati delle colonie, stranieri di tutte le gradazioni di biondo, ciceroni, suonatori d’organetti, ambasciatori della morte col lungo velo nero, cuffiette bianche di fantesche, panciotti variopinti di pescatori del Zuiderzee, orecchini a paraocchi delle donne della Nord-Olanda, diademi d’argento della Frisia, caschetti dorati della Groninga, camicie gialle dei lavoratori delle torbiere, gonnelle metà nere e metà rosse delle orfane degli ospizi, vestiti bizzarri degli abitanti delle isole, cignons spropositati, cappelli da carnovale; grandi spalle, grandi fianchi, grandi ventri, e tutta questa processione avvolta dal fumo dei sigari e delle pipe, e accompagnata da un suono di parole tedesche, olandesi, inglesi, francesi, fiamminghe, danesi, da