Pagina:Olanda.djvu/408

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396 HELDER.

lavano delle loro famiglie. Ogni giorno cantavano i salmi tutti insieme, inginocchiati sul ghiaccio, col viso rivolto verso le stelle. Qualche volta un’aurora boreale squarciava la immensa oscurità da cui erano avvolti; e allora uscivano dalla loro capanna, scorrevano per le rive, festeggiavano con tenera gratitudine quella luce fuggitiva, come una promessa di salvamento.

Giusta i loro computi, il sole doveva ricomparire il giorno 9 di febbraio del 1597. S’erano ingannati: la mattina del 24 gennaio, appunto in uno di quei periodi di tempo ch’erano più che mai scoraggiati e tristi, uno d’essi, svegliandosi, intravvide un chiarore straordinario, gettò un grido, balzò a terra, destò i compagni, uscirono tutti dalla capanna, e videro a levante il cielo rischiarato da una luce viva, la luna smorta, l’aria limpida, le sommità delle roccie e delle montagne di ghiaccio colorate di rosa; l’alba, infine, il sole, la vita, la benedizione di Dio e la speranza di riveder la patria, dopo tre mesi di notte e d’angoscia. Per qualche momento rimasero immobili e silenziosi, e come sopraffatti dalla commozione; poi proruppero in lacrime, s’abbracciarono, sventolarono i loro berretti vellosi, fecero risonare quelle solitudini orrende d’accenti di preghiera e di grida di gioia. Ma fu una breve gioia: si guardarono in viso, ed ebbero spavento e pietà gli uni degli altri. Il freddo, l’insonnia, la fame, i travagli dell’animo, li avevano consunti e trasfigurati in modo che quasi più non si riconoscevano.