Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/127

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64 ODISSEA


d’Ulisse, animo eccelso, che in Itaca il figlio lasciava,
nato da poco, quando, per me, cagna senza pudore,
mossero a Troia gli Achivi, cercando la guerra feroce».
     E Menelao chioma bionda con queste parole rispose:
«Anch’io, penso cosí, sposa mia, come tu congetturi:
ché tali e quali sono i suoi pie’, tali e quali le mani,
e come volge gli occhi, e il capo, e su, fino i capelli.
Ed ora appunto a Ulisse divin m’era corso il pensiero,
e ragionavo di lui, quanto ebbe a stentare, a soffrire,
per mia cagione; e questi piangeva con lagrime fitte,
e s’era tratto agli occhi dinanzi il purpureo manto».
     Pisistrato cosí, di Nestore il figlio, rispose:
«Figlio d’Atrèo, Menelao, divino signore di genti,
questi è davvero, come tu dici, figliuolo d’Ulisse.
Ma costumato egli è, nel cuor sentirebbe vergogna
di fare sfoggio, appena qui giunto, di chiacchiere vane,
dinanzi a te, la cui voce ci appaga, ci sembra di un Nume.
Pure, sappi che me mandava il gerenio guerriero
Nestore, ch’io lo guidassi, perché desiava vederti,
perché d’opra volessi soccorrerlo tu, di consiglio:
ché nella stessa sua casa gran crucci travagliano un figlio
ch’abbia lontano il padre, né abbia vicini a difesa,
come a Telemaco avviene: che il padre è lontano; e nessuno
v’ha nel paese che possa frenar la nequizia dei Proci».
     E Menelao chioma bionda rispose con queste parole:
«Oh gioia! In casa mia giunto è il figlio dell’uomo diletto
che per mia causa tanto pativa! Ed io sempre dicevo
che, quando fosse tornato, piú caro di tutti gli Achivi
ei mi sarebbe stato, se Giove che tuona dal cielo
ci concedesse tornare sovresse le rapide navi.