Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/165

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102 ODISSEA

Come la Bora d’Autunno mulina le foglie dei cardi
su ia pianurh, che l’una con l’altra s’addensano in mucchi;
cosi pel’mare qua e là trascinavan la zattera i venti.
Ora la dava Noto a Borea che via la portasse.
Euro a Zefiro poi la cedeva, ludibrio a inseguirla.
     Ora lo vide la figlia di Cadmo dai piedi sottili,
Ino la bianca, che prima vivea fra le genti mortali,
ora tra i gorghi del mare partecipa onori divini.
Essa ebbe dunque pietà d’Ulisse, dei suoi patimenti;
e si sedè su la zattera, e tali parole gli volse:
«O sventurato, perché Nettuno che scuote la terra
tanto è crucciato con te, ti manda si gravi malanni?
Ma non vedrà la tua morte, per quanto egli n’abbia gran voglia.
Senno, mi par, non ti manca: fa’ dunque cosi: le tue vesti
spoglia: la zattera ai venti, che via la trascinino, lascia,
stendi a nuotare le braccia, per giungere al suol dei Feaci:
vuole il destino che quivi tu trovi l’approdo e lo scampo.
Prendi, ed avvolgiti il petto con questo mio velo immortale,
e non temere che doglia t’angusti, né morte ti colga.
Ma quando poi sentirai la terra sottesse le palme,
scioglilo, scaglialo allora lontano nel mare vinoso,
molto lontan da la terra, altrove volgendo lo sguardo».
     Queste parole gli disse la Diva, ed il velo gli porse;
poi per il mar traballante di (lutti di nuovo s’immerse,
si che una fòlaga parve: spari dentro un vortice negro.
E pensier vari Ulisse tenace fra sé rivolgeva,
e nel suo cruccio cosí favellava al magnanimo cuore:
«Misero me! Che qualcuno dei Numi mi tessa una frode
nuova, che questo consiglio mi dà ch’io la zattera lasci?
No, non lo posso seguire, ché troppo lontana questi occhi